Ossessioni d’arte: Goering e le collezioni borboniche.

Le travagliate vicende dei tesori d’arte di Napoli durante la Seconda Guerra Mondiale, rapinate per volontà del gerarca nazista Hermann Goering.

Durante il secondo conflitto mondiale i nazisti cercarono di attuare un subdolo e sistematico spoglio dei più grandi capolavori italiani, adombrando le loro reali intenzioni attraverso operazioni ufficialmente mirate alla loro salvaguardia.

Già prima della guerra Hitler promosse una spregiudicata campagna acquisti nei paesi alleati, costretti a cedere a prezzi ridicoli opere di inestimabile valore. Il suo folle progetto prevedeva di allestire a Linz, città in cui era cresciuto, il Führermuseum: un sensazionale museo d’arte della Grande Germania nazista, paragonabile al Louvre di Parigi.

Anche Hermann Goering, il suo principale luogotenente, pativa uno smodato trasporto per l’arte. Il feldmaresciallo raccolse nella propria residenza presso il Castello di Carinhall un patrimonio artistico personale impressionante, stimato intorno agli attuali 18 milioni di euro. A suo dire sarebbe stata sua intenzione destinare questa cospicua eredità a un museo statale, probabilmente allo stesso Führermuseum.

Hermann Goering in una foto del 1932.

I TESORI DEI BORBONE: IN FUGA DA NAPOLI, VERSO LA GERMANIA.

All’inizio della Campagna d’Italia, le collezioni borboniche di Napoli furono particolarmente attenzionate: entro il 1943 ben 60.000, chiuse in anonime casse di legno opere partirono dalla città partenopea per raggiungere diverse località del centro Italia, tra cui l’Abbazia di Montecassino. L’intenzione dichiarata era di preservarle dalla furia dei bombardamenti alleati. Fu lo stesso Goering a dirigere da Berlino le operazioni di ‘salvataggio’ del patrimonio artistico italiano, impartendo ordini precisi agli ufficiali della sua unità militare, la celebre Fallschirm-Panzer-Division 1 “Hermann Göring”.

I tesori conservati a Montecassino sfuggirono anche al terribile bombardamento del 1944, grazie alla prontezza del colonnello Julius Schlegl, che eseguì un provvidenziale ordine di evacuazione, e si accodarono alla ritirata dei tedeschi, raggiungendo Spoleto. A questo punto si manifestarono le vere intenzioni del comando nazista: venne inscenata la riconsegna delle casse alle autorità italiane, ma non prima che fossero sottratti i quindici capolavori più pregiati. Questi vennero segretamente inviati in Germania, destinati a impreziosire la collezione personale di Goering.

la "Danae" di Tiziano, trafugata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tiziano Vecellio, Danea (1545), Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli. Il dipinto fu saccheggiato dalle truppe naziste nel 1944 e regalato al gerarca Hermann Goering per il suo cinquantunesimo compleanno. Questi lo utilizzò per arredare la sua camera da letto.

 

Dopo poco tempo, dato il volgere sfavorevole del conflitto, le opere furono nascoste nelle miniere di sale di Altaussee, tra le Alpi austriache. Insieme a loro altre migliaia di dipinti, statue e oggetti d’arte provenienti da tutta Europa, che vennero recuperate dagli alleati nel maggio del 1945. Le opere italiane, tra cui anche i tesori delle collezioni borboniche, rientrarono in Italia nel 1947, grazie all’intervento di Rodolfo Siviero (storico dell’arte, spia antifascista e autentico ‘monument man’ italiano).

"hermes in riposo", attribuito allo scultore greco Lisippo.
Hermes in riposo, scultura in bronzo del I secolo d.C. (copia romana da originale di Lisippo), Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La statua fu saccheggiata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Venne ritrovata nascosta nelle miniere di Altaussee, in Austria: la testa era staccata dal corpo e ridotta a 72 frammenti.

HERMAN GOERING E L’ARTE: UNA PASSIONE ‘CRIMINALE’.

Nei Taccuini di Norimberga, lo psichiatra americano Leon Goldensohn riporta ciò che Goering dichiarò a proposito della sua collezione d’arte, qualche settimana prima di affrontare processo che lo vide imputato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel brano si fa riferimento ad una altro nazista, Alfred Rosenberg, a capo del comando che si occupò di trafugare opere d’arte dai territori occupati durante il conflitto.

Questo è quanto il gerarca affermò in sua discolpa:

 

«Hanno cercato di rappresentarmi come un razziatore di tesori d’arte. In primo luogo, in guerra tutti si rendono responsabili di qualche saccheggio. Comunque, nessuna delle mie cosiddette “razzie” era illegale. Posso aver pagato un prezzo modesto per quegli oggetti, inferiore al loro valore, ma ho sempre pagato, oppure mi venivano consegnati attraverso canali ufficiali, per mezzo della divisione Hermann Göring, che, insieme alla commissione Rosenberg, riforniva la mia collezione di opere d’arte.

 

Forse una delle mie debolezze è consistita nel fatto che amo vivere nel lusso e che ho un temperamento talmente artistico che i capolavori mi fanno sentire vivo. Ma la mia intenzione è sempre stata di donare questi tesori artistici, dipinti, sculture, altari, gioielli, a un museo statale dopo che fossi morto o prima, a maggior gloria della cultura tedesca.

 

Da questo punto di vista non riesco a considerare il mio comportamento eticamente sbagliato. Non era come se stessi accumulando tesori artistici per venderli  o per diventare ricco. Amo l’arte per l’arte e, come ho detto, la mia personalità esigeva che fossi circondato dai migliori esemplari dell’arte mondiale».

 

Il 15 ottobre del 1946, a poche ore dalla sua impiccagione, Goering si tolse la vita ingerendo una capsula di cianuro.

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