Iraq: guerra e saccheggio nella terra di Babilonia.

Dalla Seconda Guerra del Golfo all’occupazione di Mosul da parte dell’Isis: un bilancio degli ultimi drammatici eventi che hanno colpito il patrimonio archeologico dell’Iraq.

Da Alessandro Magno all’attuale guerra in Siria, il caos prodotto dai conflitti armati ha impoverito sempre più il pur immenso patrimonio storico e culturale del Medio Oriente. D’altro canto il saccheggio di tesori d’arte in guerra sembra essere un problema antico quanto la guerra stessa.

In Iraq tra l’8 aprile del 2003, data in cui il personale del Museo nazionale iracheno fu costretto ad abbandonare il proprio presidio, e il 12 aprile dello stesso anno, quando le forze statunitensi giunsero per ripristinare una parvenza di ordine, scomparvero circa 15.000 reperti e opere d’arte che vi erano custodite.

Ma questo è stato soltanto uno degli ultimi drammatici capitoli della tormentata storia archeologica dell’Iraq.

 

La Torre di Babele, Bruegel il Vecchio (1563).

LA TUTELA DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO IN IRAQ: UN PROBLEMA CHE FA STORIA.

Il problema della gestione dell’enorme patrimonio artistico iracheno, celato nel sottosuolo della Mesopotamia, fu avvertito già nel 1884, all’epoca dell’Impero Ottomano, quando vennero emanate le prime leggi per regolamentare la circolazione di reperti e l’abbattimento di strutture antiche.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il protettorato inglese adottò una serie di provvedimenti più rigorosi, volti a proteggere i siti archeologici sottoposti a continui e sistematici saccheggi. Tra le altre cose fu stabilito il divieto di esportazione delle antichità.

Il British Museum agì direttamente sul territorio, organizzando siti e musei in tutto l’Iraq durante il difficile periodo di transizione che portò all’ascesa della monarchia hasemita, nel 1932. Gertrude Bell – archeologa britannica poliedrica, nonché agente segreto al servizio della corona inglese e passata alla storia per aver ‘disegnato’ i confini della neonata nazione mesopotamica – scavò molti siti iracheni, arrivando a concepire la creazione dell’attuale Museo nazionale iracheno.

In quegli anni gli inglesi facevano comunque una gran fatica nel limitare il traffico di antichità, cercando di impedire gli scavi illeciti su un territorio così vasto. Ma dopo che l’Iraq riuscì a ottenere la sua indipendenza dalla Gran Bretagna, si arrivò addirittura all’abolizione del divieto di esportazione per le antichità.

Fino alla metà degli anni ’70 l’Iraq rimase uno dei pochissimi paesi al mondo a non proibire il commercio estero di reperti. Ciò lo rese una meta particolarmente allettante per i ‘professionisti’ del settore e per i collezionisti internazionali.

Gertrude Bell al fianco del sergente Reeves.

 

IL REGIME BAATHISTA.

Saddam Hussein, salito al potere nel 1979, intraprese finalmente una politica culturale di tutt’altro segno. Favorì un processo di tutela rivolto al patrimonio nazionale, proteggendo i siti archeologici e i rispettivi reperti. Il fiero indirizzo nazionalista, intrapreso dal suo partito Ba ‘th, si risolse anche nell’incremento delle risorse da destinare alla ricerca archeologica e alla valorizzazione del patrimonio, attraverso la creazione di nuovi musei e di siti protetti in tutto l’Iraq.

Tuttavia durante gli anni ’90, a seguito della sconfitta nella Guerra del Golfo, il partito baathista subì un grave ridimensionamento politico, trascinando l’intero paese al decadimento. Durante l’ultimo decennio crepuscolare della dittatura irachena riprese il saccheggio ai danni del patrimonio artistico nazionale. Il fenomeno divenne talmente dilagante che gli stessi dipendenti pubblici si cimentarono in attività illecite di sottrazione, depredando i propri luoghi di lavoro. Subito dopo la prima guerra del Golfo, almeno 4.000 reperti erano già stati rubati dai siti nazionali. Le insurrezioni che ne erano seguite portarono a rapine e incendi in diversi musei. Ma quella fu solo un’anteprima di ciò che sarebbe successo con lo scoppio del conflitto armato guerra, nell’aprile del 2003.

Saccheggi dal sito archeologico di Isin, in Iraq, nel maggio 2003.

 

LA CADUTA DI HUSSEIN.

Con la caduta del regime iracheno del presidente Saddam Hussein, nei primi giorni dell’aprile 2003, i siti archeologici rimasero quasi del tutto incustoditi. Sebbene i più importanti, come Ur e Nippur, fossero ufficialmente protetti dalle forze statunitensi e della Coalizione, la maggior parte non lo era.

Il Museo nazionale iracheno di Baghdad fu utilizzato addirittura dai Fedayyin (il corpo militare fedele al presidente Hussein) come base per il lancio di razzi e come riparo per i cecchini durante le ultime fasi di guerriglia urbana. Prima di lasciare le postazioni essi stessi derubarono i reperti più facilmente trasportabili, danneggiandone altri per rendere più difficoltose le operazioni di inventariazione.

Il personale del museo, prima di essere evacuato, aveva comunque provveduto a mettere in salvo gli oggetti più preziosi, come ad esempio l’Arpa dorata di Ur. Questa ed altri preziosi oggetti erano stati ricoverati all’interno dei caveau nella Banca Nazionale, mentre per limitare eventuali danni ai pesanti rilievi dei palazzi assiri – difficilmente trasportabili – il pavimento fu cosparso di sabbia, che avrebbe attutito la caduta dagli stalli in caso di pesanti bombardamenti nei paraggi.

Gru rimuove un busto colossale di Saddam Hussein.

L’INTERVENTO AMERICANO.

Una delle accuse più pesanti mosse contro il Presidente George W. Bush – e al suo segretario alla difesa Donald Rumsfeld – da parte dell’opposizione interna americana, fu di non aver elaborato alcun piano preventivo a protezione dei siti archeologiche e delle strutture museali irachene, sottoposte a grave pericolo sia durante il breve conflitto armato che nell’immediato dopoguerra.

Il problema della ricostruzione di un Paese, ormai piegato da anni di isolamento commerciale, aveva una portata certamente più vasta. Ma la sensazione diffusa era che, da parte dello Stato Maggiore americano, si sarebbe potuto fare di più in tutti i campi, compreso quello culturale. Per una mera questione di contenimento dei costi dell’operazione si ritardò invece il coinvolgimento della Civil Affairs, vale a dire lo staff di consulenti ed esperti in ambito civile, incaricati di affiancare l’esercito nella pianificazione e durante lo svolgimento del conflitto.

Nella Civil Affairs operarono comunque due specialisti, i quali ottennero alcuni risultati decisivi nella tutela del patrimonio culturale iracheno. Si trattava del maggiore Chris Varhola, antropologo, che compilò una provvidenziale lista di siti esclusi dagli attacchi aerei; e del capitano William Samner, archeologo, che in un primo momento si occupò di mettere in sicurezza i reperti del Museo nazionale iracheno e di altri siti archeologici.

In seguito Samner venne trasferito alla gestione dello zoo di Baghdad, e questo cambio di incarico – apparentemente anomalo – non mancò di suscitare polemiche e sospetti sulle reali intenzioni dell’esercito americano di continuare a operare al meglio nella difesa del patrimonio culturale iracheno.

Anche il colonnello Matthew Bogdanos, boxeur dilettante e membro del corpo di riserva dei Marines, si distinse per il suo proficuo impegno nella salvaguardia del patrimonio archeologico in Iraq. Guidò per oltre cinque anni le indagini mirate a recuperare reperti trafugati dai musei e dagli scavi clandestini. Grazie al suo lavoro si poterono salvare migliaia di antichità, spesso in modo avventuroso, così come lo stesso colonnello ha raccontato nel libro Thieves of Baghdad, del 2006.

Il colonnello Matthew Bodanos nel 2003.

LUCI E OMBRE NELLA GESTIONE AMERICANA.

Insomma, gli Stati Uniti – in una certa misura – contribuirono a salvaguardare il patrimonio iracheno, ad esempio sorvegliando i siti più importanti e permettendo la ricostruzione di un adeguato apparato di tutela. Tuttavia non sono mancate luci e ombre nel loro operato.

Poco tempo dopo la fine della guerra Mcguire Gibson, uno dei massimi esperti di Mesopotamia e di archeologia nel Medioriente, prese parte ad una delegazione inviata dalla National Geographic. Fu lui a raccogliere la disarmante segnalazione circa la presenza di mercatini di antichità all’interno delle stesse basi militari americane. Lì venivano contrabbandati souvenir archeologici e trofei di guerra a basso prezzo, ma le autorità bloccarono altre fughe di notizie.

Bisogna anche riconoscere che, in ogni caso, la protezione integrale del patrimonio archeologico iracheno si sarebbe rivelata un’impresa titanica e di difficile attuazione. Le migliaia di siti e di scavi ufficialmente censiti prima del conflitto, su tutto il territorio, erano una minima parte rispetto ai sondaggi clandestini che si potevano effettuare un po’ ovunque in Iraq, a causa di un sottosuolo incredibilmente traboccante di testimonianze antiche.

Tuttora quantificare le perdite è un esercizio meramente estimativo. Confrontando le foto satellitari prima e subito dopo l’invasione della coalizione internazionale, l’archeologa Elizabeth Stone della Stony Brook University (New York) poté conteggiare più di 1.800 nuove escavazioni abusive, in un’area campione di settemila chilometri quadrati.

Solo il saccheggio del Museo nazionale di Baghdad ha portato alla sottrazione di circa 15 mila reperti. Di questi ne sono stati recuperati e restituiti all’incirca 7 mila, anche grazie a un’amnistia concessa agli occasionali ‘sciacalli’, che furono peraltro scoraggiati dalle difficoltà oggettive di trasporto dei pezzi più ingombranti. Ma per i reperti trafugati dagli scavi clandestini si parla di circa mezzo milioni di manufatti. In Gran Bretagna, già nel 2006, preferirono esprimersi in peso, contando circa 4 tonnellate di reperti sequestrati dalla fine del conflitto.

Una donna irachena spiega la storia antica dell’Iraq a un gruppo di soldati americani, nel maggio del 2003.

LA SITUAZIONE ODIERNA.

Il traffico internazionale di antichità irachene, ancora in atto sebbene fortemente ridimensionato rispetto al periodo del conflitto, è un giro di affari del valore stimato tra i 10 e i 20 milioni di dollari all’anno. Rappresenta certamente una fonte di guadagno per i gruppi ribelli e terroristici che ancora agiscono in Medio Oriente, ma non è escluso che interessi anche criminali comuni e una parte di popolazione civile particolarmente attratta dall’opportunità di ottenere facili guadagni.

Su alcuni siti internet specializzati in vendite online (Live Auctioneers, Trocadero, ecc …) è possibile tuttora acquistare piccoli oggetti, soprattutto sigilli e terrecotte decorative, vendute per pochissime decine di dollari. A dispetto della Convenzione UNESCO del 1970, che prevede l’esibizione di opportuni certificati per l’esportazione e l’importazione di beni culturali, questi siti internet non sempre richiedono ai venditori i documenti necessari.

Chiunque voglia liberasi della scomoda refurtiva può limitarsi ad affermare di avere ereditato tali oggetti, immettendoli sul mercato per cifre irrisorie.

 

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